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Il Taccuino

6 Aprile 2026

Aprile in quota: quando le greggi tornavano a salire

C’è un momento preciso, a Maccagno Superiore, che segna il cambio di stagione più di qualsiasi calendario: il mattino in cui le greggi tornano a passare per le vie del borgo dirette verso i pascoli d’altura. È un suono prima ancora che una vista — il rumore dei campanacci, il calpestio degli zoccoli sul selciato, […]

C’è un momento preciso, a Maccagno Superiore, che segna il cambio di stagione più di qualsiasi calendario: il mattino in cui le greggi tornano a passare per le vie del borgo dirette verso i pascoli d’altura. È un suono prima ancora che una vista — il rumore dei campanacci, il calpestio degli zoccoli sul selciato, le voci dei pastori che guidano gli animali attraverso il dedalo di vicoli stretti che salgono verso la Val Veddasca. Quel suono appartiene ad aprile come appartengono la fioritura dei tigli e il primo tepore che arriva dal lago.

La montagna e il lago: due economie che si completano

Per secoli, le comunità che abitavano la riva orientale del Lago Maggiore hanno vissuto di una duplice economia: quella del lago — la pesca, il commercio lacustre, il trasporto delle merci — e quella della montagna — la pastorizia, la produzione casearia, il legname, il carbone. Le due economie non erano in competizione: si integravano. Le stesse famiglie che d’inverno vivevano ai margini del lago d’estate salirono verso gli alpeggi. I figli maggiori seguivano le greggi, i padri rimanevano a gestire le barche e i commerci.

La Torre della Gabella — quella che oggi ospita gli appartamenti de La Torretta — era il punto di cerniera tra questi due mondi. Non solo perché controllava il traffico commerciale sul lago, ma perché era il primo edificio di una certa consistenza che si incontrava salendo dal porto verso la montagna, e l’ultimo punto di riferimento visivo per chi scendeva dagli alpeggi verso il lago. I pastori che tornavano a valle in autunno con le greggi e i formaggi stagionati passavano di qui. Chi risaliva in primavera verso i pascoli di quota si fermava qui, all’ombra della Torre, prima di affrontare il dislivello.

Gli statuti dei pascoli: una democrazia di montagna

L’utilizzo dei pascoli d’alpeggio non era libero. Era regolato da statuti comunitari — documenti giuridici di straordinaria precisione che le comunità alpine avevano elaborato nel corso del Medioevo per evitare il sovrappascolo e i conflitti tra famiglie. I più antichi statuti conservati per l’area del Luinese risalgono al XIV secolo, ma la tradizione è certamente più antica.

Gli statuti stabilivano quanti capi ogni famiglia poteva portare all’alpeggio — proporzionalmente alla quota di proprietà fondiaria o al contributo versato alla comunità per la manutenzione dei percorsi e delle fontane. Stabilivano le date di salita e di discesa, che non potevano essere anticipate né ritardate senza il consenso della comunità. Regolamentavano l’uso delle acque, la raccolta del legname, la costruzione e la manutenzione dei muri a secco che delimitavano i pascoli.

Era una forma di governo collettivo delle risorse comuni che i giuristi moderni riconoscerebbero come un sofisticato sistema di commons governance — secoli prima che il termine fosse inventato. Le comunità alpine del Luinese avevano capito empiricamente ciò che la teorica economica avrebbe formalizzato nel Novecento: le risorse comuni, se gestite collettivamente con regole chiare e condivise, sono più produttive di quelle privatizzate o gestite senza regole.

La salita di aprile: un rito con secoli di storia

La data della salita all’alpeggio variava di anno in anno in funzione dell’andamento climatico, ma ruotava intorno ad aprile — quando la neve si era ritirata abbastanza da rendere percorribili i sentieri e abbastanza alta da offrire pascolo fresco agli animali. La decisione spettava agli anziani della comunità, che conoscevano i pascoli come conoscevano i propri campi e sapevano riconoscere i segnali — la fioritura di certi fiori, il colore dell’erba sui versanti esposti, il livello dei torrenti — che indicavano il momento giusto.

La salita era un momento comunitario. Le donne preparavano le provviste per i pastori — pane, polenta secca, lardo, formaggi dell’anno precedente. Si caricavano le ceste con gli attrezzi della caseificazione: le fascere, i recipienti per il latte, i panni per la cagliata. Si portavano in quota le cose necessarie per abitare le baite per mesi: coperte, abiti di lana, medicine di base. Era una partenza che assomigliava a un trasloco, non a un’escursione.

I pastori che salivano erano, per i mesi successivi, quasi irraggiungibili. I messaggi viaggiavano con i rari passanti che percorrevano i sentieri. Le notizie dal lago arrivavano con settimane di ritardo. Era un isolamento che oggi è impossibile da immaginare, ma che allora era la normalità: la montagna e il lago erano due mondi separati, collegati da quei sentieri ripidi e da quella catena umana di messaggi che scendeva e saliva insieme alle greggi.

Monteviasco e le valli senza strade

La Val Veddasca è rimasta, più di ogni altra valle del Luinese, fedele a quella geografia arcaica. Il villaggio di Monteviasco — a 900 metri di quota, raggiungibile ancora oggi solo a piedi o con la funivia costruita negli anni Ottanta — è il testimone più clamoroso di un modo di abitare la montagna che altrove è scomparso. Le case di pietra, i vicoli stretti, le terrazze coltivate a fasce: un paesaggio che è rimasto quasi immutato per secoli perché non c’era modo di arrivare con una strada e, quindi, nessun motivo per trasformarlo.

I pastori che salivano da Maccagno Superiore verso questi villaggi portavano con sé non solo gli animali, ma anche le notizie, le merci, i legami che tenevano unite comunità altrimenti isolate. La Torre della Gabella era, in questo senso, il punto di partenza e di arrivo di un sistema di connessioni umane che teneva insieme il lago e la montagna, il commercio e la pastorizia, il mondo di sotto e quello di sopra.

Aprile sul lago: il tempo che cambia

Maccagno Superiore in aprile è un luogo di transizione. Il lago è ancora freddo — l’acqua mantiene la temperatura invernale fino a tarda primavera — ma l’aria è già diversa. La luce dura più a lungo, i colori si intensificano, i versanti svizzeri sul lato opposto del lago si riempiono di verde che scende gradualmente dalla quota verso il fondolago.

La Torre della Gabella, in aprile, guarda questo cambiamento da secoli. Le stesse pietre che hanno assistito alla salita delle greggi verso i pascoli d’altura, alle partenze dei pastori con le provviste sulle spalle, alle discese autunnali con le forme di formaggio stagionate e i bambini cresciuti di un’estate — quelle stesse pietre guardano oggi il lago che si sveglia dalla stagione fredda e aspetta la bella stagione con la stessa pazienza di chi ha già visto accadere la stessa cosa mille volte.

Dormire alla Torretta in aprile significa partecipare a questo ritmo — non come turisti che osservano da fuori, ma come ospiti temporanei di un luogo che ha la sua storia, il suo tempo, la sua memoria. Il lago di mattina presto, quando la luce è ancora bassa e l’acqua ha quel colore grigio-verde che nessuna fotografia restituisce. I campanacci che ogni tanto scendono dalla Val Veddasca, più rari di un tempo ma ancora presenti. Il profumo dell’erba fresca che arriva dai versanti con la brezza del pomeriggio.

Aprile sul Lago Maggiore è sempre stato il mese della ripresa. Delle greggi che salgono, dei barconi che tornano a caricare, dei mercati che si riempiono di prodotti nuovi dopo i mesi dell’inverno. La Torretta della Gabella è qui, su questa riva, da quando tutto questo cominciava con il disgelo delle nevi e il primo canto dei campanacci che scendeva dalla montagna verso il lago.

La Torretta della Gabella si trova in Via Giuseppe Verdi 6, Maccagno Superiore, sul Lago Maggiore. Le valli della Val Veddasca sono raggiungibili a piedi dai sentieri che partono dal borgo. Il villaggio di Monteviasco è accessibile tramite funivia da Ponte Piero.

Il formaggino di capra: quando la montagna arriva in tavola

Le greggi che salgono verso la Val Veddasca in aprile portano con sé qualcosa che scenderà trasformato a fine estate: il latte. Non il latte generico della grande distribuzione, quello che viene da allevamenti intensivi dove le bestie non vedono mai l’erba vera — ma il latte denso, grasso, profumato di timo selvatico e di genziana e di tutte le erbe alpine che le capre strappano con la stessa testarda precisione con cui scelgono dove camminare sui sentieri ripidi. Da quel latte nasce il formaggino di capra della Val Veddasca, uno dei prodotti caseari più antichi e meno conosciuti del Verbano, un formaggio piccolo e bianco e cremoso che porta nel sapore l’intera stagione alpina da cui proviene.

Chi lo ha assaggiato sa che non somiglia a nulla che si trovi nella grande distribuzione. Ha una freschezza acidula nel primo morso, poi una dolcezza lattea che si fa più pronunciata, poi — se il formaggio è stagionato qualche settimana — una complessità erbacea che rimanda direttamente ai pascoli di quota da cui viene il latte. È uno di quei sapori che non si riesce a definire completamente: si può dire che è buono, si può dire che è diverso, ma per capirlo davvero bisogna mangiarlo lì, sul bordo del lago o in una trattoria di montagna, con un pezzo di pane di segale e un bicchiere di vino rosso del Ticino. Il contesto fa parte del sapore. Non c’è modo di separare il formaggio dalla Val Veddasca, dal lago, dalla primavera alpina che lo ha prodotto.

I produttori che ancora fanno il formaggino di capra nel modo antico — lavorando il latte a mano, usando le cagliature tradizionali, lasciando stagionare i formaggi nelle cantine di pietra che conservano la temperatura costante tutto l’anno — sono pochi. Meno di quanto fossero trent’anni fa, meno ancora rispetto a cinquant’anni fa. La transumanza è un lavoro duro, fisicamente estenuante, economicamente incerto. I giovani delle valli preferiscono lavori meno faticosi e più redditizi. Ma qualcuno è rimasto. E ogni primavera, quando le greggi salgono verso i pascoli d’alta quota e il latte comincia ad arrivare dalle malghe, quelle cantine tornano a riempirsi di piccoli formaggi bianchi che maturano lentamente nel buio, aspettando di essere portati ai mercati locali o venduti direttamente dalle aziende agricole ai visitatori che sanno dove cercarli.

Aprile sul lago: la stagione che pochi vedono

Il turismo del Lago Maggiore ha una stagionalità precisa: esplode in giugno, raggiunge il picco tra luglio e agosto, comincia a deflettere a settembre e quasi scompare tra ottobre e maggio. È un ritmo comprensibile, legato alle ferie scolastiche e alle temperature estive — ma è un ritmo che lascia fuori alcune delle esperienze più belle che il Verbano può offrire. Aprile è una di queste. Aprile sul lago è come vedere un grande artista in prova generale: non c’è ancora la folla del concerto, non ci sono le luci abbaglianti dell’estate, non c’è il rumore dei motoscafi e delle spiagge affollate — ma c’è qualcosa di più prezioso. C’è il lago vero, quello che i maccagnesi vedono tutto l’anno e che i turisti estivi non arrivano mai a conoscere.

La luce di aprile sul Verbano è diversa dalla luce di luglio come il carattere di una persona a colazione è diverso da quello a una festa. È più diretta, più tagliente, meno ammorbidita dall’afa. Il sole è già abbastanza alto da scaldare, ma l’aria ha ancora quella trasparenza alpina che si perde con l’estate — quella qualità per cui le montagne svizzere a nord sembrano vicinissime, come se si potesse raggiungere a nuoto la sponda ticinese in pochi minuti, come se il lago fosse rimpicciolito durante l’inverno e ancora non si fosse completamente allargato. I colori sono più intensi: il verde delle rive, appena uscito dall’inverno, ha quella saturazione brillante dei colori freschi. L’acqua è ancora fredda — troppo per nuotare — ma ha una limpidezza straordinaria, quasi irreale. Dal molo si vede il fondo fino a profondità che in estate, con il calore e le alghe e il movimento delle barche, sarebbero invisibili.

Maccagno Superiore in aprile è un borgo che respira. Non nel senso che d’estate non respiri — ma in estate la respirazione è affannosa, convulsa, piena di attività e di presenze. In aprile il borough respira lentamente, con il ritmo delle stagioni. I negozi hanno orari ridotti. I ristoranti aprono a pranzo e a cena senza la pressione dei turisti che aspettano fuori. I vicoli sono percorsi dai residenti, non dai vacanzieri. Le panchine sul lungolago sono occupate dagli anziani del paese che guardano il lago con la familiarità di chi lo ha guardato ogni giorno per ottant’anni e sa leggere in ogni variazione del colore dell’acqua qualcosa che i libri non riescono a spiegare. C’è una qualità di presenza nel borgo aprile che manca d’estate — una concentrazione, un’attenzione al dettaglio che la folla inevitabilmente disperde.

Il sentiero delle greggi e i boschi in fioritura

Il sentiero che le greggi percorrono da Maccagno Superiore verso i pascoli d’altura è uno dei più antichi cammini del territorio — una mulattiera acciottolata che risale le prime pendici della Val Veddasca attraverso i boschi di castagno e faggio, con qualche tratto esposto a picco sul lago che apre vedute mozzafiato prima di riprendere a salire tra gli alberi. È un sentiero che in aprile è coperto di fiori selvatici — le primule gialle che spuntano tra i sassi, le violette nei tratti ombrosi, le anemoni bianche che crescono nei raduri dove la luce riesce a penetrare. I boschi hanno quella qualità trasparente della primavera, quando le foglie sono ancora piccole e lasciano passare la luce in modo che d’estate non riescono più: una luce dappled, intermittente, che fa sembrare ogni cosa leggermente irreale.

Camminare lungo il sentiero delle greggi in aprile — magari la mattina presto, quando l’aria ha ancora il fresco della notte e il lago là in basso è ancora in ombra — è una delle esperienze che rimangono. Non si fa in due ore: è un cammino che richiede una giornata, o almeno mezza, a seconda di quanto si vuole salire. Ma anche solo il primo tratto, quello che parte da Maccagno Superiore e sale attraverso il castagno fino al primo pianoro aperto da cui si vede il lago in tutta la sua lunghezza, vale il viaggio. Da lassù il Verbano si mostra come una mappa — si vedono i borghi sulla riva orientale disposti come perle su un filo, si vede la curva che il lago fa verso nord dove diventa Svizzera, si vede l’imbocco della Val Grande sul versante piemontese. Si vede il mondo come lo vedono le greggi mentre salgono.

È in queste escursioni che si capisce davvero la relazione tra il lago e la montagna che caratterizza Maccagno Superiore. Non sono due paesaggi separati — sono due facce dello stesso territorio, tenute insieme dalla stessa luce e dallo stesso cielo e dagli stessi venti che portano l’umidità del lago verso le vette e riportano giù il profumo dei boschi alpini. Chi soggiorna alla Torretta ha accesso diretto a entrambi: scende verso il lungolago per il caffè del mattino, poi sale verso i sentieri per il pomeriggio, poi torna al lago per il tramonto. È un ritmo verticale, diverso da quello orizzontale dei resort di pianura. Un ritmo che richiede energia ma restituisce qualcosa di più di quanto chiede.

Aprile è il mese in cui questo ritmo verticale è più chiaro. Le greggi che passano per il borgo lo rendono letterale: la stagione si muove verso l’alto, porta con sé gli animali e i pastori e i suoni e i profumi dell’alpeggio, e lascia nella pianura del lago una traccia di vita diversa. Chi arriva in aprile — non a luglio, quando il lago è una cartolina, ma ad aprile, quando è ancora un posto reale — porta via qualcosa che non si trova sui depliant turistici: la sensazione di aver visto un posto nel momento in cui si sveglia, ancora un po’ assonnato e fresco, prima che l’estate lo trasformi in spettacolo. È una fortuna rara. Vale ogni ora di viaggio per arrivarci.

C’è un ultimo regalo che aprile fa ai suoi visitatori, uno che gli altri mesi non sanno dare: la certezza che il posto esiste davvero, che non è una costruzione stagionale messa in scena per i turisti, che i muri della Torretta sono spessi e veri e carichi di storia anche quando non c’è nessuno a guardarli. Venire a Maccagno in aprile è scegliere la versione autentica di un posto autentico — due volte autentico, come raramente accade. E tornare in estate, se si torna, sarà con occhi diversi. Con la consapevolezza di aver già visto il lago senza maschera, nel momento in cui si svegliava. Con il ricordo dei campanacci nel buio della mattina. Con il sapore del formaggino ancora in qualche angolo della memoria. Non si dimentica facilmente chi si è visto svegliarsi.

Aprile sul Lago Maggiore è anche il mese dei profumi. Non i profumi esibiti dell’estate — il calore che distilla resine di pino e odore di crema solare e pizza sul lungolago — ma profumi più sottili, più veri: il gelsomino che comincia a sbocciare sui muri esposti a sud, l’odore di terra bagnata dopo la pioggia, il profumo pungente e quasi metallico del lago quando il vento lo solleva in piccole onde che si frangono sulle pietre della riva. C’è anche l’odore della legna bruciata che esce dai camini la mattina — Maccagno in aprile è ancora abbastanza fresco da giustificare il fuoco, e il fumo dei camini appartiene al borgo come appartengono i gerani e i gatti sui davanzali e le voci degli anziani che si fermano a chiacchierare nei vicoli. È un paesaggio olfattivo che scompare completamente d’estate, cancellato dai fumi dei motori delle barche e dalla folla che porta con sé i propri odori. In aprile il borgo odora di se stesso, con la concentrazione tranquilla di chi non ha ancora dovuto fare spazio ad altro.

I pastori che guidano le greggi verso l’alpeggio in aprile conoscono il territorio con una precisione che nessuna cartina riesce a restituire. Sanno quali sentieri sono già praticabili e quali hanno ancora neve pericolosa nei tratti esposti a nord. Sanno dove ci sono le sorgenti affidabili, quelle che non si asciugano mai anche nelle estati più siccitose. Sanno riconoscere i segnali che il cielo manda dal pomeriggio — certi tipi di nuvole, certi cambiamenti nella direzione del vento — e decidere se quella notte le greggi devono restare basse o possono salire ancora. Questa sapienza non si studia sui libri e non si impara in un corso di formazione: si accumula attraverso decenni di pratica, trasmessa di generazione in generazione con la stessa lentezza e la stessa densità con cui si formano i pascoli alpini. È un sapere in via di estinzione, come molti saperi che non producono brevetti né start-up. Ma è ancora qui, ancora vivo, ancora visibile aprile per chi sa dove guardare.

La Val Veddasca, la valle che si apre a nord-est di Maccagno Superiore e sale verso il confine svizzero, è uno dei territori meno conosciuti della provincia di Varese — e proprio per questo uno dei più integri. Non ci sono stazioni sciistiche, non ci sono resort di lusso, non ci sono infrastrutture costruite per il turismo di massa. Ci sono i boschi di castagno e di faggio che coprono i versanti fino ai 1.200 metri, i pascoli d’alpeggio che si aprono oltre la fascia forestale, i villaggi di montagna che sembrano fermi nel tempo con le loro case di pietra e i balconi di legno. Ci sono i mufloni che a volte si vedono di lontano sui pendii rocciosi, le volpi che attraversano i sentieri all’alba, i falchi che planano sulle correnti ascensionali sopra i crinali. E ci sono, in aprile, le greggi che risalgono questa valle con la loro processione lenta e rumorosa, portando con sé il profumo dell’ovile e della lana bagnata di rugiada e il suono antico dei campanacci.

Chi soggiorna alla Torretta e vuole vedere questa transumanza da vicino può seguire le greggi per il primo tratto di salita — basta alzarsi presto, prima che il sole abbia superato le montagne a est, e aspettare nel vicolo principale di Maccagno Superiore che il suono dei campanacci si avvicini da nord. I pastori non si fermano e non aspettano i fotografi, ma non disdegnano la compagnia silenziosa di qualcuno che cammina nel loro stesso senso per un tratto. È un’esperienza discreta, rispettosa, che non interferisce con il ritmo di chi lavora davvero. Si cammina per un’ora, si sale quanto si vuole, e poi si scende — magari fermandosi al piccolo bar di una delle frazioni in quota per un caffè, guardando il lago là in basso che comincia a brillare nella luce del mattino con quella tonalità di argento fuso che ha solo in aprile, quando il sole è ancora obliquo e l’acqua è ancora fredda.

C’è un ultimo regalo che aprile fa ai suoi visitatori, uno che gli altri mesi non sanno dare con la stessa grazia: la certezza che il posto esiste davvero, che non è una costruzione stagionale messa in scena per i turisti, che i muri della Torretta sono spessi e veri e carichi di storia anche quando non c’è nessuno a guardarli. Venire a Maccagno in aprile è scegliere la versione autentica di un posto già autentico — due volte reale, come raramente accade in un mondo che ha trasformato il turismo in un rito di autenticità simulata. E tornare in estate, se si torna, sarà con occhi irreversibilmente diversi: con la consapevolezza di aver già visto il lago senza maschera, nel momento esatto in cui si svegliava e si stirava verso il sole come fa ogni mattina da millenni, senza pubblico, senza cerimonia, senza la pressione di doversi mostrare in forma. Con il ricordo dei campanacci nel buio della mattina, quando l’aria era ancora fredda e il borgo dormiva e le greggi passavano silenziose per i vicoli come fantasmi carichi di suono. Con il sapore del formaggino di capra ancora in qualche angolo lontano della memoria — quel sapore che non si trova in nessun negozio di formaggi artigianali di città, che esiste solo lì, in quel posto, in quella stagione, con quella luce. Non si dimentica facilmente chi si è visti svegliarsi: resta qualcosa di più intimo di una fotografia, qualcosa che appartiene solo a chi era lì, in quel preciso aprile, in quella precisa luce di primavera che non si ripeterà mai esattamente uguale. Il lago lo sa. Lo sa il borgo. Lo sanno i pastori che ogni mattina decidono se le greggi possono salire ancora un poco. E lo saprete anche voi, quando scenderete dalla Torretta con le valigie, vi fermerete un momento sul lungolago a guardare l’acqua una volta di più, e sentirete che qualcosa è rimasto qui — o forse che qualcosa di qui è rimasto in voi, impresso nella stessa pietra silenziosa con cui è fatta questa riva da sempre.