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Il Taccuino

29 Marzo 2026

Il sale, il lago e la Gabella

Storia di un confine che non esiste più — ma si sente ancora

C’è una parola che a Maccagno Superiore torna spesso, scolpita nei nomi dei luoghi, nei muri, nella memoria di chi ci vive da generazioni: gabella.

Non è una parola bella, nell’origine. Viene dall’arabo qabāla — versamento, tributo — e attraverso il latino medievale è arrivata a indicare l’imposta sui transiti commerciali. La gabella era il prezzo del passaggio. Chi portava merci da una parte all’altra doveva fermarsi e pagare. A Maccagno Superiore, quella parola ha ancora un indirizzo preciso.

Venezia e il sale — una storia che inizia in laguna

Per capire la Gabella di Maccagno bisogna cominciare lontano — moltissimo lontano. Bisogna cominciare da Venezia. Sin dai primi insediamenti, le popolazioni lagunari hanno fatto affidamento all’estrazione del sale per il loro sostentamento. Il sale era, letteralmente, il fondamento economico su cui Venezia costruì la propria grandezza. Nel XIII secolo il chioggiano divenne il sito di maggior produzione salina del Mediterraneo. Da lì il sale risaliva verso nord, verso le valli alpine che ne avevano bisogno per sopravvivere all’inverno. Venezia ha fatto del sale la zavorra per eccellenza: il sale sovvenziona la mercanzia. Una frase che cambia il modo di guardare tutto questo lago.

Perché il sale era prezioso — e perché era odiato

Non esistevano frigoriferi. Il sale era l’unico modo affidabile per tenere il cibo attraverso i mesi invernali. Le comunità alpine erano le più dipendenti: isolate dalla neve per mesi, lontane dal mare. Chi controllava il sale controllava la sicurezza alimentare di intere popolazioni. Nel Medioevo, le lotte tra i Visconti e i Torriani per il controllo del lago erano, in fondo, lotte per il controllo del sale. Quando i Visconti prevalsero, ogni carico che entrava nel ducato doveva essere registrato, pesato, tassato. Maccagno Superiore era uno dei punti di controllo.

Il lago come autostrada — prima delle strade

La statale che oggi costeggia il lago fu costruita nell’Ottocento. Prima di allora, il paese era raggiungibile unicamente via lago oppure attraverso le ripide mulattiere della Val Veddasca. Le barche — a vela e a remi, cariche fino all’orlo — erano il camion, il treno, il furgone di quell’epoca. Maccagno Superiore era il punto di sbarco naturale per le merci che risalivano il lago da sud e dovevano raggiungere le valli alpine svizzere. Non c’era alternativa al passaggio per acqua. E chi passava per acqua a Maccagno Superiore, passava di qui.

La Torretta e la sua memoria

La Torretta della Gabella non era un castello. Era un posto di controllo doganale: un luogo di transito obbligato, dove i funzionari registravano i carichi, pesavano le merci, calcolavano i dazi. A Maccagno Inferiore la famiglia Mandelli aveva ottenuto l’esenzione dalle gabelle milanesi — una zona franca. A Maccagno Superiore, invece, la gabella si pagava. E la Torretta era il posto dove si fermavano i carichi, si aprivano le stive, si tiravano fuori i conti.

L’arco in pietra locale che si apre sotto l’edificio è ancora percorribile: era il passaggio fisico tra chi poteva continuare il viaggio e chi doveva fermarsi a pagare. Sulle pareti interne, i dipinti storici sono la firma di chi abitò e attraversò questo posto nei secoli. Le vedute databili tra il Seicento e il Settecento mostrano già la Torretta nella sua posizione attuale — sentinella sul lago, punto di riferimento visivo per chi arrivava dall’acqua.

La guerra del sale: Milano contro Venezia sul Verbano

Il Lago Maggiore non era solo una via d’acqua: era un confine geopolitico tra due delle potenze più aggressive del Medioevo italiano. Da una parte il Ducato di Milano, controllato prima dai Visconti e poi dagli Sforza, che rivendicava il monopolio del sale verso nord come strumento di controllo delle popolazioni alpine. Dall’altra la Repubblica di Venezia, che cercava di estendere la propria influenza commerciale attraverso le rotte lacustri. In mezzo c’era il Verbano — e su di esso i borghi come Maccagno, che cercavano di sopravvivere usando i loro privilegi come scudo.

Il sale era l’oggetto concreto di questa rivalità. Venezia aveva costruito la propria ricchezza sul monopolio del sale adriatico — le saline di Chioggia, di Comacchio, dell’Istria — e cercava di vendere il sale veneziano anche nei mercati del nord Italia. Milano preferiva il sale proveniente dal versante ligure e piemontese, controllato dai suoi alleati. Sul lago, le barche di Venezia e quelle di Milano si incrociavano spesso, e non sempre pacificamente: i registri storici parlano di sequestri di carichi, di risse tra barcaioli rivali, di proteste diplomatiche che finivano nelle corti degli imperatori.

In questo contesto, la Gabella di Maccagno era uno snodo fondamentale. Chi controllava quel punto del lago — chi poteva decidere quale sale passasse e quale venisse bloccato — aveva un potere enorme sulle economie delle valli alpine. I signori Mandelli, che governavano il feudo di Maccagno Inferiore, capirono perfettamente questa dinamica e sfruttarono il loro privilegio imperiale per massimizzare la propria posizione: accogliendo i commercianti che cercavano di evitare i dazi milanesi, proteggendoli con l’autorità imperiale, riscuotendo in cambio servizi, favori, denaro sonante.

Gli “sfrosatori”: i contrabbandieri che fecero grande Maccagno

Una fonte storica locale li chiama “sfrosatori” — dal dialetto lombardo “sfrosare”, portare merci di contrabbando. Erano i commercianti informali che usavano Maccagno come porto franco per evitare i dazi del Ducato di Milano. Erano operatori economici normali — commercianti di sale, di tabacco, di legname, di cereali — che semplicemente preferivano pagare una quota ai signori Mandelli piuttosto che il dazio ufficiale al funzionario milanese. Era un’economia parallela perfettamente funzionante, tollerata dai Mandelli perché portava ricchezza al borgo, e difficile da contrastare per i funzionari ducali perché protetta dall’autorità imperiale.

Gli storici che hanno studiato i documenti del periodo hanno scoperto che la situazione era talmente diffusa da essere uno dei motivi principali per cui i Mandelli insistevano tanto nel rinnovare e rafforzare il privilegio imperiale. Non si trattava solo di orgoglio nobiliare o di memoria storica: c’era una ragione economica concreta. Maccagno Imperiale era una zona franca che generava reddito per il feudo in modo strutturale. Ogni sfrosatore che usava il porto di Maccagno invece di quello di Luino lasciava qualcosa ai Mandelli. Moltiplicato per i decenni, per i secoli, era un flusso di ricchezza significativo.

C’è anche un aspetto ironico in tutto questo: la torre della Gabella — costruita per riscuotere le tasse — era anche, paradossalmente, il simbolo della zona franca. Chi arrivava dal lago e vedeva la torre sapeva di essere entrato in un territorio diverso, dove le regole del Ducato non valevano completamente. La Gabella era diventata il suo contrario: non il luogo dove si pagava, ma il luogo dove non si pagava — o almeno, dove si pagava meno, e a qualcuno di diverso.

Il sale nella cucina del lago: usi e tradizioni

Al di là della storia politica ed economica, il sale aveva una presenza concreta e quotidiana nella vita dei borghi lacustri. La cucina tradizionale del Verbano è costruita attorno ad alcune preparazioni che senza il sale non esisterebbero: la missoltina, il pesce essiccato e salato che veniva conservato per l’inverno; il formaggio della Val Veddasca, stagionato con il sale delle Alpi; i salumi delle valli, sopravvissuti per mesi grazie alla conservazione sotto sale.

La missoltina merece un discorso a parte. Si tratta del missultin — agoni del lago essiccati, salati, pressati e poi conservati sotto olio — che era il piatto proteico per eccellenza dei pescatori e dei lavoratori del Verbano. Gli agoni venivano pescati in estate, quando erano più abbondanti, e poi preparati per durare fino all’inverno. Il processo di salagione era fondamentale: senza il sale giusto, in quantità precisa, la conservazione falliva e il pesce marciva invece di maturare. Il sale che arrivava attraverso la Gabella di Maccagno aveva anche questo destino finale — finire sugli agoni del lago, trasformarli in missoltine, nutrire i pescatori e le loro famiglie per i mesi freddi.

Oggi la missoltina è diventata un prodotto gastronomico di nicchia, ricercato dagli appassionati di cucina lacustre e servito nei ristoranti del Verbano come simbolo di autenticità locale. Si mangia tradizionalmente con la polenta, spesso accompagnata da cipolla rossa e un filo d’olio d’oliva del Garda. Il sapore è intenso, salato, con una nota affumicata che viene dall’essiccazione. È un sapore antico, che non è cambiato da secoli — lo stesso che i pescatori di Maccagno conoscevano quando caricavano i sacchi di sale dalla barca alla Torretta della Gabella.

Dal feudo all’Unità: la fine della Gabella e la nascita del turismo

Con la fine del dominio napoleonico e la successiva annessione al Regno di Sardegna (1859) e poi all’Italia unita (1861), il sistema dei privilegi feudali che aveva strutturato il commercio del sale per secoli fu definitivamente smantellato. Le dogane interne furono abolite. Il mercato del sale fu liberalizzato. La rete di gabelle e imposte che aveva reso necessaria la Torretta di Maccagno come punto di controllo divenne inutile.

Per il borgo, fu un cambiamento profondo. L’economia che per secoli era ruotata intorno ai traffici lacustri — il sale, il pesce, la seta, il legname — dovette adattarsi al nuovo mondo industriale e ai nuovi flussi di merci che viaggiavano su ferrovia invece che su barca. Luino, che aveva il vantaggio di essere un nodo ferroviario (la linea per la Svizzera passava di lì), crebbe rapidamente come centro industriale e commerciale. Maccagno, più piccola e meno servita dalle infrastrutture moderne, trovò la sua nuova vocazione nel turismo.

Fu un processo lento ma costante. A partire dalla fine dell’Ottocento, le famiglie borghesi di Milano e di Torino scoprirono le sponde del Lago Maggiore come meta di villeggiatura estiva. La ferrovia che arrivava fino a Luino portava i turisti a pochi chilometri da Maccagno. Le prime pensioni e i primi alberghi aprirono nelle ville dei nobili decaduti. La Torre della Gabella, che aveva perso la sua funzione fiscale, cominciò una lenta trasformazione: da edificio pubblico a residenza privata, poi a struttura ricettiva, poi — nella sua forma attuale — a appartamento di lusso aperto a chi vuole vivere immerso nella storia del lago.

La Gabella come patrimonio: il vincolo culturale e la memoria

La Torre della Gabella è oggi sottoposta a vincolo del Ministero della Cultura — un riconoscimento formale del suo valore storico e architettonico. Il vincolo significa che l’edificio non può essere demolito, che le modifiche strutturali sono soggette ad approvazione, che la sua identità fisica deve essere preservata per le generazioni future. È una forma di protezione che i maccagnesi storici, abituati a difendere i loro privilegi con documenti imperiali, avrebbero forse trovato paradossale ma comprensibile: si tratta pur sempre di un documento ufficiale che riconosce l’eccezionalità del luogo.

L’eccezionalità è reale. Pochi edifici del Lago Maggiore hanno attraversato gli stessi secoli svolgendo le stesse funzioni. La Torretta della Gabella era un posto di controllo doganale quando esistevano i dazi imperiali, era un punto di riferimento per i contrabbandieri che cercavano di evitarli, era una residenza per i funzionari dei Mandelli, era un magazzino per le merci sequestrate, era probabilmente anche un osservatorio informale sui movimenti del lago. Tutto questo in una struttura di pietra che oggi ci sembra compatta e quasi modesta — ma che per il suo tempo era un edificio imponente, visibile da lontano, inequivocabile nel suo significato.

I dipinti sulle pareti interne — databili tra il Seicento e il Settecento — mostrano il lago come era allora: le barche a vela che lo percorrevano, i profili delle montagne svizzere a nord, il profilo della riva opposta piemontese. Erano dipinti funzionali, probabilmente, forse mappe pittoriche per i funzionari che dovevano conoscere il territorio. Oggi sono diventati affreschi storici, finestre aperte su un mondo che non esiste più ma che si può ancora immaginare grazie a queste tracce di pigmento sopravvissute ai secoli.

Perché il sale ci riguarda ancora: il gusto della storia

C’è un modo semplice per capire perché la storia del sale sia ancora rilevante: bisogna assaggiarla. La cucina del Verbano — i piatti che si trovano ancora nei ristoranti più autentici del lago, nelle case delle famiglie che abitano queste rive da generazioni — porta ancora i segni di quella storia. Il gusto della missoltina, il profilo sapido del formaggino di capra della Val Veddasca, la carne sotto sale delle valli alpine: tutto questo è il risultato di secoli in cui il sale era prezioso come l’oro e la sua disponibilità determinava cosa si mangiava e come si conservava il cibo.

Quando oggi comprate il sale al supermercato a pochi centesimi al grammo, senza pensarci, state comprando qualcosa che per millenni ha determinato guerre, trattati diplomatici, rotte commerciali, strutture architettoniche come la Torretta della Gabella. Il sale è diventato banale. Ma la sua storia è straordinaria — e i luoghi come questo, dove quella storia ha lasciato le sue tracce di pietra e di affresco, ce la raccontano ancora, a chi ha la pazienza di ascoltare.

Soggiornare a La Torretta significa anche questo: abitare in un luogo che fa parte di una storia più grande, che connette il presente al passato in modo fisico e tangibile. I muri che vi circondano hanno assorbito secoli di voci — gabelieri, mercanti, sfrosatori, nobili, barcaioli — e ogni volta che il lago cambia colore con il cielo, ogni volta che il vento porta l’odore dell’acqua attraverso le finestre di pietra, quell’eco non è solo paesaggio. È storia viva, che respira ancora.

Quello che rimane

La gabella sul sale è stata abolita. La strada dell’Ottocento ha reso inutile il controllo doganale lacustre. Ma il luogo ha ancora la memoria di quando era indispensabile. E quella memoria è nelle pietre, nei dipinti, nell’arco che ancora aspetta di essere attraversato.

La Torretta della Gabella si trova in Via Giuseppe Verdi 6, Maccagno Superiore, sul Lago Maggiore. L’edificio è soggetto a vincolo culturale del Ministero della Cultura e ospita due appartamenti d’autore: I Gabbiani e Le Rondini.

La rotta del sale: dal mare alla montagna attraverso il Verbano

Per capire davvero il peso storico della Gabella di Maccagno, bisogna seguire il percorso fisico del sale dal luogo dove veniva estratto fino alle tavole alpine dove veniva consumato. Era un viaggio lungo, faticoso, attraverso territori controllati da poteri diversi — e ogni cambiamento di giurisdizione significava un altro dazio da pagare, un altro funzionario da convincere, un altro registro dove iscrivere il carico.

Il sale che arrivava al Lago Maggiore proveniva principalmente da due grandi sorgenti: le saline di Cervia e di Comacchio in Adriatico, che rifornivano il nord Italia attraverso il sistema fluviale del Po e poi risalendo il Ticino; e le saline provenzali e liguri, che arrivavano via terra attraverso le Alpi Marittime e il Piemonte. Entrambe le rotte convergevano sul lago prima di separarsi di nuovo verso le valli alpine — la Val Veddasca, la Val d’Ossola, le valli ticinesi svizzere.

Le barche che trasportavano il sale sul lago erano imbarcazioni robuste, progettate per il trasporto pesante — il sale è una delle merci più dense che si possano caricare su una barca, e richiede imbarcazioni più stabili e profonde dei normali battelli da pesca. I “barconi da sale” del Verbano erano famosi per la loro capacità di trasporto: alcuni potevano caricare parecchie tonnellate. I barcaioli che li guidavano erano specialisti — conoscevano ogni corrente del lago, ogni insidia del vento, ogni punto dove l’acqua si faceva improvvisamente pericolosa nelle tempeste.

La traversata del lago da sud a nord — dal porto di Arona, dove convergevano le rotte terrestri dalla Pianura Padana, fino ai porti del nord come Maccagno e Cannobio, da dove il sale veniva poi distribuito nelle valli — poteva richiedere una giornata intera in condizioni favorevoli, o diversi giorni se il vento era contrario o il lago era agitato. I barcaioli dormivano a bordo, consumavano il cibo che si portavano da casa, si riparavano nelle baie e nei porti naturali quando il tempo peggiorava. Era un lavoro duro e pericoloso, ma remunerativo: il trasporto del sale era una delle attività più redditizie del lago.

Il Verbano e la seta: l’altro commercio che passava dalla Gabella

Il sale non era l’unica merce tassabile che passava dalla Gabella di Maccagno. Il lago era anche la via principale per la seta grezza prodotta nelle valli ticinesi e comasche — quelle gelsi e quei bachi da seta che nei secoli XVII e XVIII trasformarono l’economia dell’intera regione lacustre. La seta del Verbano era famosa in tutta Europa: le seterie di Luino, di Maccagno, di Laveno rifornivano i tessitori di Lione e di Vienna, e le matasse di filo grezzo che percorrevano il lago erano un valore altrettanto importante del sale.

Per la Gabella, questo significava una doppia funzione: non solo controllare il sale che saliva verso nord, ma anche controllare la seta che scendeva verso sud. I gabelieri dovevano essere uomini di lago ma anche esperti commerciali — in grado di valutare il peso e la qualità di carichi diversi, di riconoscere le truffe e le dichiarazioni false, di mantenere i registri con precisione. Non era un lavoro semplice, e i documenti dell’epoca mostrano che i signori locali erano disposti a pagare bene per avere gabelieri onesti e competenti — cosa non scontata in un’epoca in cui la corruzione era endemica.

Le matasse di seta grezza venivano trasportate in balle compresse, protette da teli di lana impermeabilizzata. Se la seta si bagnava durante il trasporto, perdeva qualità e valore. I barcaioli che trasportavano la seta erano quindi ancora più cauti di quelli che portavano il sale — una tempesta improvvisa poteva rovinare un intero carico valutato quanto una casa. Il porto naturale di Maccagno, riparato dal promontorio, era per questo motivo uno scalo preferito dai trasportatori di seta: un posto dove aspettare che il vento si calmasse prima di affrontare il tratto aperto del lago verso sud.

I Mandelli e la politica del sale: un feudo che sapeva sopravvivere

I conti Mandelli, signori di Maccagno Inferiore per secoli, erano politici raffinati in un’epoca in cui la sopravvivenza di un feudo dipendeva dalla capacità di navigare tra poteri ben più grandi. Avevano a nord gli Svizzeri, a est e a sud il Ducato di Milano, a ovest la giurisdizione sabauda del Piemonte. Ogni volta che uno di questi poteri si indeboliva, un altro avanzava. Ogni volta che un imperatore moriva, bisognava ricominciare da capo a convincere il successore a rinnovare i privilegi.

La storia è piena di questi momenti di pericolo per il feudo. Nel 1438 Franchino Rusca, divenuto signore della Valtravaglia, pretese i territori di Maccagno come parte della sua giurisdizione. Nel 1459, approfittando del cambio di dinastia da Visconti a Sforza, rapì alcuni maccagnesi e li costrinse a giurare fedeltà. In entrambi i casi, i Mandelli riuscirono a recuperare la situazione — usando i documenti imperiali come arma diplomatica, convincendo i signori di Milano a intervenire in loro difesa, pagando quello che era necessario pagare.

La zecca di Maccagno — aperta nel 1622 con il permesso dell’imperatore Ferdinando II e attiva fino al 1661 — è forse l’esempio più paradossale di questa strategia di sopravvivenza. La zecca produceva principalmente falsificazioni di monete svizzere e nordeuropee, non denaro nuovo autonomo. Era un modo per estrarre valore dai flussi commerciali che attraversavano il lago, sfruttando la giurisdizione imperiale per fare qualcosa che altrove sarebbe stata considerata criminalità monetaria. I Mandelli avevano capito che il privilegio imperiale era utile non solo per esentarsi dalle tasse, ma anche per fare cose che gli altri non potevano fare.

Tutto questo finì con Napoleone, che non aveva né il tempo né la pazienza per i privilegi medievali. Ma la memoria rimase. E la Torre della Gabella rimase — testimone silenziosa di un’epoca in cui la politica si faceva anche con i sacchi di sale e le barche sul lago.

Il lago come memoria: leggere il paesaggio con gli occhi del passato

C’è un esercizio mentale che gli storici chiamano “leggere il paesaggio” — la capacità di vedere in uno spazio fisico le tracce dei processi storici che lo hanno formato. Il Lago Maggiore è un paesaggio straordinariamente leggibile in questo senso: ogni borgo sulla riva, ogni promontorio, ogni baia nascosta porta i segni di scelte economiche e politiche compiute secoli fa.

Perché Maccagno si trova dove si trova? Perché il promontorio offriva protezione naturale alle barche e visibilità sul lago — esattamente ciò che serviva per controllare i traffici. Perché la Torre della Gabella è posizionata dove è posizionata? Perché da quel punto si vede arrivare qualsiasi imbarcazione da nord, da ovest e da sud — nessuna barca poteva passare senza essere vista. Perché il porto naturale di Maccagno Superiore ha la forma che ha? Perché generazioni di lavoro umano hanno modellato la riva per renderla più funzionale alle operazioni commerciali del Medioevo.

Quando vi trovate qui, seduti sulla terrazza a guardare il lago, state guardando un paesaggio che è stato costruito dalla storia. La posizione del sole, il colore dell’acqua, il profilo delle montagne svizzere a nord — tutto questo lo vedevano anche i gabelieri medievali, i capitani delle barche da sale, i contrabbandieri notturni. Il paesaggio non è cambiato. Solo le persone e le loro funzioni sono cambiate, lasciando le loro tracce nei muri, negli archivi, nei nomi dei luoghi.

La parola “gabella” è ancora incisa nell’identità di questo posto — nella pro loco che organizza la Festa della Gabella ogni agosto, nel nome stesso del torrente Giona che divideva i due Maccagno, nei racconti che i più anziani del paese conservano come tesori da condividere con chi è disposto ad ascoltare. Il sale non passa più da qui. Ma la sua storia rimane — e chi soggiorna alla Torretta ha il privilegio di abitare dentro quella storia, non solo di leggerla sui libri.

È questo, forse, il vero valore di un luogo come questo: non solo la bellezza del lago e la quiete del borgo, non solo i dipinti storici e i muri di pietra, ma la sensazione — fisica, concreta — di stare in un posto che ha contato qualcosa. Che conta ancora, perché la storia non è mai solo passato. È anche la ragione per cui il presente ha la forma che ha.