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Il Taccuino

1 Giugno 2026

La Torre della Gabella: sei secoli di storia sul confine del lago

Esistono edifici che sono documenti. Non nel senso metaforico in cui si dice che ogni casa racconta una storia, ma nel senso letterale: edifici la cui esistenza, posizione e funzione sono registrate in archivi, in cronache, in carte notarili che permettono di ricostruirne la storia con una precisione che pochi manufatti edilizi raggiungono. La Torre […]

Esistono edifici che sono documenti. Non nel senso metaforico in cui si dice che ogni casa racconta una storia, ma nel senso letterale: edifici la cui esistenza, posizione e funzione sono registrate in archivi, in cronache, in carte notarili che permettono di ricostruirne la storia con una precisione che pochi manufatti edilizi raggiungono. La Torre della Gabella di Maccagno Superiore è uno di questi edifici. Sei secoli di storia documentata, in un punto sul lago che non è cambiato, guardando verso le stesse acque che guardava quando fu costruita.

La funzione originaria: un posto di confine sul lago

La Torre della Gabella non nasce come residenza nobiliare né come torre di avvistamento militare. Nasce come infrastruttura fiscale — un posto di controllo doganale sul traffico lacustre che nel Medioevo costituiva la principale via di comunicazione e commercio di questo tratto di costa. La sua funzione era precisa e prosaica: fermare le barche che transitavano davanti alla riva di Maccagno Superiore, verificare il carico, calcolare il dazio dovuto, riscuoterlo.

Il nome stesso dell’edificio conserva questa funzione originaria. Gabella — dall’arabo qabāla, versamento, tributo — era la tassa medievale sui transiti commerciali. Ogni mercanzia che passava di qui era soggetta a questa tassa, e la Torre era il luogo fisico in cui questa transazione avveniva. I funzionari ducali che ci lavoravano avevano libri contabili, bilance, sigilli. Erano burocrati in senso moderno, e la Torre era il loro ufficio sul lago.

Il sistema delle gabelle lacustri era antico quanto il controllo ducale sul Verbano. I Visconti, che nel XIV secolo consolidarono la loro signoria sulla riva lombarda del lago, compresero immediatamente il valore fiscale del traffico lacustre e organizzarono una rete di punti di controllo che trasformava ogni transito in entrata. Maccagno Superiore, per la sua posizione sulla riva orientale a breve distanza dal confine con il territorio svizzero, era uno dei nodi più importanti di questa rete.

I frescanti e la vita nell’edificio

L’elemento che rende la Torre della Gabella straordinaria non è solo la sua funzione storica — è il fatto che i suoi interni conservano decorazioni pittoriche databili tra il Cinque e il Seicento. Questi affreschi — vedute del lago, figure allegoriche, motivi decorativi — documentano che l’edificio, nel corso dei secoli, ha avuto anche una funzione residenziale e rappresentativa oltre a quella burocratica.

I frescanti che lavorarono alla Torre erano probabilmente pittori itineranti, specializzati nella decorazione di abitazioni private e di edifici di rango medio — non abbastanza importanti da commissionare opere ai grandi maestri, ma abbastanza agiati da volere interni decorati. Le vedute del lago che compaiono negli affreschi mostrano il Verbano in un’epoca in cui la fotografia non esisteva: un documento visivo di come appariva questo specchio d’acqua quattro o cinque secoli fa, con le barche, i borghi sulla riva, i profili delle montagne.

Il vincolo culturale del Ministero della Cultura che oggi protegge l’edificio riconosce esattamente questo valore. La Torre non è solo un edificio antico — è un documento visivo e architettonico che non ha equivalenti sul lago, un luogo in cui storia, arte e topografia si sovrappongono in modo irripetibile.

L’arco e il passaggio: una soglia di secoli

L’arco in pietra locale che si apre sotto l’edificio è forse l’elemento più eloquente della Torre. Era il passaggio fisico tra chi poteva continuare il viaggio e chi doveva fermarsi — la soglia materiale della frontiera fiscale che la Torre rappresentava. Chi entrava dall’acqua e passava sotto questo arco era nella zona di controllo; chi lo varcava dall’altro lato era libero di proseguire verso le valli.

Questo arco è ancora percorribile. È fatto della stessa pietra del resto dell’edificio — una pietra locale, grigia, con sfumature che cambiano con la luce e con la pioggia. Il taglio dei conci, la curvatura dell’arco, la modalità di posa dei mattoni: tutto questo è rimasto invariato per secoli, a differenza di quasi tutto il resto del costruito che circonda l’edificio.

Giugno: il mese in cui la Torre si vede meglio

Giugno è il mese in cui la Torre della Gabella offre la sua visione più nitida. Il sole, abbastanza alto ma non ancora nel punto di massima elevazione estiva, illumina la facciata dell’edificio senza le ombre piatte di luglio e agosto. La pietra assume colori che non ha in nessun’altra stagione — un grigio-giallo nella luce del mattino, quasi arancio al tramonto, blu-grigio nelle ore nuvolose.

Dal lago, guardando verso la riva di Maccagno Superiore, la Torre è ancora visibile come lo era per i battellieri medievali: un punto di riferimento verticale in un paesaggio dominato dall’orizzontale del lago e dalla pendenza dei versanti. In giugno, con la vegetazione al culmine della sua densità primaverile, la pietra dell’edificio emerge con una precisione che i mesi invernali, quando i rami sono spogli, non permettono di apprezzare allo stesso modo.

La Torre della Gabella si trova in Via Giuseppe Verdi 6, Maccagno Superiore. È soggetta a vincolo di tutela del Ministero della Cultura. I frescanti che la decorarono tra il XVI e il XVII secolo ci hanno lasciato il documento visivo più antico che conosciamo di questo tratto di costa del Lago Maggiore.

Ci sono edifici che hanno la storia scritta nella pietra, e non metaforicamente. La Torretta della Gabella di Maccagno Superiore è uno di questi. Ogni strato di malta, ogni corsia di pietre, ogni finestra stretta che guarda il lago racconta un’epoca precisa e una funzione precisa. La torre medievale fu costruita in un momento in cui la parola sicurezza aveva un significato completamente diverso da quello attuale. Non sicurezza come assenza di pericolo personale, ma sicurezza come controllo del territorio. Chi controllava questa posizione controllava il passaggio delle merci sul lago, e chi controllava il passaggio delle merci controllava l’economia dell’intera regione lacustre. Era il senso medievale del potere: possedere un punto geografico strategico e difenderlo con la pietra, con i documenti, con la diplomazia che allora era più importante della forza.

La costruzione risale probabilmente al Duecento o al Trecento, nel periodo in cui i signori Mandelli di Maccagno Inferiore stavano consolidando il loro dominio sul territorio grazie al privilegio imperiale concesso da Ottone I nel 962. Il privilegio — l’esenzione da tutte le gabelle e le imposte del Ducato di Milano — aveva trasformato Maccagno in una zona fiscale speciale, e la torre era il simbolo fisico e la sede operativa di questa specialità. Era alta abbastanza da vedere arrivare qualsiasi imbarcazione prima che toccasse il porto. Era posizionata sul promontorio in modo che nessuna barca potesse passare senza essere vista dagli occhi dei gabelieri. Era costruita in pietra locale, spessa e solida, pensata per durare secoli — e i secoli sono passati, e la torre è ancora qui, invariata nella sostanza anche se diversa nella funzione.

I Mandelli erano una famiglia nobile con una storia diplomatica sorprendente per le dimensioni del feudo che governavano. Per mantenere il loro privilegio imperiale — che scadeva con ogni nuovo imperatore e doveva essere rinnovato ogni volta — dovevano essere in costante contatto con la corte imperiale, presentare documenti, pagare tributi simbolici, dimostrare fedeltà. Il castello di Maccagno, di cui la Torre della Gabella era parte, fu il centro di questa diplomazia locale. Da qui partivano le lettere ai funzionari imperiali, qui venivano ricevuti i messi dell’imperatore, qui si tenevano i conti della gabella e si registravano i transiti delle merci sul lago. Era un piccolo stato nella forma, con tutto ciò che un piccolo stato richiedeva: una sede, un archivio, un sistema fiscale, una forza di controllo. I Mandelli avevano capito che il privilegio andava nutrito con la frequenza giusta.

La gabella — la tassa sul transito delle merci — era il pilastro economico del feudo. Ogni sacco di sale che passava per il porto di Maccagno lasciava una traccia nei registri della gabella. Ogni barca di seta grezza che scendeva dai laghi ticinesi verso Milano pagava un tributo. Ogni carico di legname delle valli alpine trasportato verso la pianura padana passava sotto gli occhi dei gabelieri. La torre era il posto di controllo fisico di tutto questo: i gabelieri stavano alla finestra, vedevano le barche arrivare, scendevano al porto, ispezionavano i carichi, riscuotevano le tasse. Era un lavoro che richiedeva presenza continua sul lago e conoscenza precisa delle normative. Non tutti erano adatti, e i Mandelli sapevano scegliere i gabelieri capaci, quelli che non si facevano corrompere troppo facilmente.

La zecca di Maccagno — aperta nel 1622 con il permesso di Ferdinando II e attiva fino al 1661 — è forse l’espressione più paradossale di questo potere feudale. La sede dell’antica zecca è ancora visibile oggi nel centro di Maccagno Inferiore, trasformata in albergo ma riconoscibile nelle sue strutture storiche. La zecca produceva principalmente falsificazioni di monete svizzere e nordeuropee — non denaro nuovo autonomo, ma copie di valute già esistenti che sfruttavano la credibilità di quelle originali. Era una forma di parassitismo monetario raffinato, resa possibile dal fatto che Maccagno si trovava tecnicamente fuori dalla giurisdizione che avrebbe potuto perseguirla. Il privilegio imperiale proteggeva anche questo. I Mandelli avevano capito che il privilegio era uno scudo a geometria variabile.

La storia del privilegio imperiale è anche una storia di minacce superate. Nel 1438 Franchino Rusca, divenuto signore della Valtravaglia, pretese i territori di Maccagno come parte della sua giurisdizione. I Mandelli si rivolsero a Milano, che intervenne mostrando i documenti imperiali. Nel 1459, approfittando del cambio di dinastia da Visconti a Sforza, Rusca rapì alcuni maccagnesi e li costrinse a giurare fedeltà. Di nuovo Milano intervenne, e di nuovo Maccagno recuperò la sua autonomia. Nel 1536 l’imperatore Carlo V rinnovò il privilegio — lo stesso Carlo V che nel 1541 avrebbe concesso a Luino il diritto di mercato. I Mandelli sapevano come muoversi tra i grandi: erano piccoli abbastanza da non essere una minaccia per nessuno, ma abbastanza utili da essere protetti.

La torre subì nel corso dei secoli modifiche e ampliamenti. Le fonti storiche sono frammentarie — i documenti che avrebbero potuto raccontare la sua storia con precisione sono stati in parte distrutti dalle guerre napoleoniche, in parte dispersi nelle trasformazioni amministrative dell’Ottocento. Ma quello che rimane — le mura, la struttura, la posizione, i dipinti interni databili tra il Seicento e il Settecento — è abbastanza per ricostruire l’immagine di un edificio che ha svolto funzioni diverse in epoche diverse senza perdere mai la sua identità fondamentale: un posto di controllo sul lago, trasformato poi in residenza, poi in struttura ricettiva. La continuità non è nella funzione ma nell’identità. Questa torre guarda il lago adesso come lo guardava allora, con la stessa pazienza millenaria della pietra.

I dipinti interni della torre sono una delle testimonianze più preziose della sua storia. Databili tra il Seicento e il Settecento, mostrano il lago come era allora: le barche a vela che lo percorrevano, i profili delle montagne svizzere a nord, il profilo della riva opposta piemontese. Erano probabilmente dipinti funzionali — mappe pittoriche per i funzionari — ma col tempo sono diventati affreschi storici. Vedere questi dipinti oggi, seduti nel salotto della Torretta con il lago davanti, crea uno strano effetto di sdoppiamento temporale: il lago dipinto e il lago reale quasi si sovrappongono. È un’esperienza che non si può descrivere completamente: bisogna provarla, stando fermi davanti alla finestra con i dipinti alle spalle e il Verbano davanti, nei due piani del tempo che si toccano.

Quando Napoleone arrivò, alla fine del Settecento, portò con sé la razionalità illuminista che aveva poca pazienza per i privilegi medievali. Il privilegio di Maccagno Imperiale — ottocento anni di esenzione fiscale garantita da una tempesta sul lago e da un imperatore grato — fu cancellato con un colpo di penna. La Curtis Imperialis divenne un comune ordinario. I Mandelli persero i loro diritti. I gabelieri lasciarono la torre. L’effetto sull’economia locale fu immediato: Maccagno aveva prosperato anche grazie al suo status fiscale privilegiato, e da un giorno all’altro questo vantaggio scomparve. Il porto della Torretta della Gabella non aveva più nulla di speciale rispetto agli altri porti del lago. La torre divenne semplicemente un edificio vecchio in un borgo che cercava una nuova ragione di esistere nel mondo moderno.

Nel corso dell’Ottocento, con l’apertura delle infrastrutture moderne — la strada costiera che collegò i borghi del Verbano, poi la ferrovia che arrivò a Luino — Maccagno trovò la sua nuova collocazione nell’economia del turismo lacustre. Le prime pensioni e i primi alberghi aprirono nelle ville dei nobili decaduti. La Torre della Gabella cominciò la sua trasformazione: da edificio pubblico a residenza privata, poi a struttura ricettiva, poi nell’appartamento di lusso che è oggi. Un percorso di sei secoli che ha portato la funzione di controllo a diventare funzione di accoglienza, il posto del gabeliere a diventare il posto dell’ospite. Non è la stessa storia. Ma è la stessa pietra.

Il vincolo del Ministero della Cultura che protegge l’edificio è una forma moderna di protezione che avrebbe fatto sorridere i Mandelli medievali. Loro avevano i diplomi imperiali. Noi abbiamo i decreti ministeriali. In entrambi i casi, si tratta di riconoscere che qualcosa ha un valore che supera l’uso contingente, che appartiene a una storia più lunga delle singole generazioni che ne fanno uso. La Torre della Gabella vale per quello che è: un edificio che ha attraversato sei secoli su uno dei punti più belli e più strategici del Lago Maggiore, e che ancora oggi guarda il Verbano con la stessa pazienza con cui lo ha guardato sempre. La pietra non invecchia come invecchiano le persone — accumula invece, si fa più densa di significato, più pesante di storia. Toccarne i muri è toccare tutto questo.

Dalla terrazza della Torretta si vede lo stesso arco di lago che vedevano i gabelieri medievali. A nord, il lago si restringe verso il confine svizzero — il punto dove una volta le barche entravano nella giurisdizione ticinese. A ovest, la sponda piemontese con i suoi borghi disposti come perle su un filo — Cannobio, Cannero, Verbania, Stresa — che in alcuni periodi storici erano sotto giurisdizione diversa da quella lombarda. A sud, il lago scende verso la pianura padana, verso Milano, verso il mondo che comprava le merci che passavano di qui. Guardate in quella direzione la sera, quando il sole scende e l’acqua diventa specchio — state guardando nella stessa direzione che guardavano secoli di storia commerciale e fiscale medievale.

Quando entrate negli appartamenti de La Torretta, state abitando una stratificazione di storie. La storia dei gabelieri medievali che controllavano le merci sul lago. La storia dei contrabbandieri che cercavano di sfuggirli portando i loro carichi di notte. La storia dei Mandelli che difendevano il loro privilegio contro chiunque cercasse di limitarlo. La storia di Napoleone che tutto questo demolì in nome della razionalità moderna. La storia dell’Ottocento che vide la torre perdere la sua funzione fiscale e cominciare la sua lunga trasformazione in memoria viva. E la storia di oggi — quella di un edificio vincolato e restaurato che ospita ospiti invece di gabelieri, che offre il lago come panorama invece che come oggetto di sorveglianza. Non è la stessa storia. Ma è la stessa pietra. E la pietra racconta tutto quello che c’è da sapere su questo posto.

Il Lago Maggiore che si vede dalla Torretta è lo stesso che vedevano i mercanti del Duecento. Non è cambiata la forma — il lago è il lago, con le stesse rive, le stesse montagne intorno, la stessa curvatura verso nord dove diventa Svizzera. È cambiato quello che vi si muove sopra: dove c’erano le barche a vela dei mercanti ci sono ora i battelli di linea e i motoscafi dei turisti. Ma la qualità della luce sull’acqua è la stessa. Il modo in cui il vento increspa la superficie nelle giornate di tramontana è lo stesso. Il silenzio assoluto nelle notti di bonaccia estiva — quel silenzio in cui si sente il proprio respiro e il rumore lontano di una barca che si muove senza motore — è lo stesso silenzio che sentivano i gabelieri di guardia alla torre. Stare qui è anche stare in quel silenzio. È un privilegio che non richiede diplomi imperiali.

La Val Veddasca che si apre sopra Maccagno Superiore, risalendo verso il confine svizzero, era parte integrante dell’economia che ruotava attorno alla Torre della Gabella. Dal Seicento in poi, la valle era un corridoio di transito per le merci che scendevano dalla Svizzera verso l’Italia e risalivano dall’Italia verso la Svizzera. I pastori che portavano le greggi verso i pascoli d’alpeggio in primavera usavano gli stessi sentieri che usavano i contrabbandieri che trasportavano le loro merci proibite di notte. Era un paesaggio di movimenti sovrapposti, di funzioni multiple che si condividevano lo stesso spazio. La torre vedeva tutto questo movimento, lo registrava nelle tasse riscosse, lo traduceva in rendita per il feudo. Il lago era la via d’acqua. La vallata era la via di terra. La torre era il punto dove le due vie si incrociavano.

Il promontorio su cui sorge la Torretta ha una caratteristica geomorfologica che gli conferisce una visibilità speciale: è il punto più avanzato della riva in questo tratto del lago, quello che sporge di più verso l’acqua, quello che si vede da più lontano. I navigatori che percorrevano il Verbano di notte — i contrabbandieri con i loro carichi, i pescatori che tornavano all’alba, i messi imperiali che si spostavano tra le corti — usavano il promontorio della Torretta come punto di orientamento. Era visibile anche con la luna bassa, anche nella foschia autunnale che spesso copre il lago. Stare sulla terrazza la notte, guardare l’oscurità del lago e sapere che per secoli questa posizione ha guidato chi navigava — è una sensazione che mette a fuoco il senso del luogo in modo che nessuna descrizione storica riesce a fare da sola.

C’è qualcosa di paradossale e bellissimo nel fatto che la torre costruita per riscuotere le tasse sia oggi un posto dove la gente viene a rilassarsi. Il gabeliere e il vacanziere sembrano opposti — uno era lì per obbligare, l’altro è lì per scegliere. Ma c’è un filo sottile che li unisce: entrambi hanno trovato in questa posizione sul lago qualcosa che non avevano trovato altrove. Il gabeliere trovava il controllo, il potere, la rendita fiscale. Il vacanziere trova la bellezza, la pace, la storia. Il lago che entrambi guardano è lo stesso. La differenza è nello sguardo — e forse, alla fine, anche in quello c’è una continuità di sei secoli che vale la pena di riconoscere.

La mattina, svegliati dal suono del lago — il rumore delle piccole onde che si frangono sulle pietre della riva, il verso dei gabbiani, il motore di una barca che parte lontano — e sdraiati ancora nel letto a guardare il soffitto di travi di legno rugoso, è facile avere la sensazione di essere in un posto che non appartiene completamente al tempo presente. Non perché sia pittoresco o artificioso, ma perché l’identità del luogo è abbastanza forte da contenere il presente senza esserne sopraffatta. Il tempo della torre è un altro tempo, più lento, più denso, quello che si misura in secoli invece che in minuti. Riuscire a sentire entrambi i tempi simultaneamente — il presente mobile e il passato immobile — è il privilegio di chi passa qualche giorno a La Torretta della Gabella.

La storia della Torre della Gabella è in fondo la storia del Lago Maggiore condensata in un singolo edificio: la storia di un territorio che è sempre stato di frontiera, sempre conteso, sempre attraversato da flussi di merci, di persone, di idee, di potere. La frontiera oggi è quella tra Italia e Svizzera, percorribile senza fermarsi. La frontiera di allora era quella tra la giurisdizione del Ducato di Milano e la zona franca imperiale di Maccagno, percorribile solo con il documento giusto. Le frontiere cambiano — i luoghi rimangono. E i luoghi che sono stati frontiera portano questa storia nel modo in cui stanno nello spazio: aperti su tutto, visibili da lontano, costruiti per guardare e per essere visti. La Torretta della Gabella è uno di questi posti. Difficile da ignorare. Impossibile da dimenticare una volta che ci si è stati.

Gli appartamenti de La TorrettaI Gabbiani e Le Rondini — prendono il nome dagli uccelli che frequentano questa parte del lago. I gabbiani, grandi e rumorosi, che planano sulle correnti sopra il promontorio con quella sicurezza di chi sa di essere nel posto giusto. Le rondini, veloci e precise, che costruiscono i loro nidi sotto i cornicioni di pietra e tornano ogni primavera con la stessa fedeltà con cui i pastori tornavano ai pascoli d’alpeggio. Questi nomi non sono casuali — sono una firma del carattere del posto. Un posto che ha sempre attirato i viaggiatori che sapevano dove andare, e che sa ancora attirare quelli che sanno cosa cercare. La pietra è rimasta. Il lago è rimasto. E con loro è rimasta quella qualità del luogo che non si spiega con le parole ma si capisce appena si arriva.

Maccagno Superiore e Maccagno Inferiore — i due borghi divisi dal torrente Giona — hanno sempre avuto caratteri diversi, anche se condividevano lo stesso nome e la stessa riva di lago. Maccagno Inferiore, con il suo privilegio imperiale, la sua torre, la sua zecca, era il borgo del potere e del commercio. Maccagno Superiore era il borgo della quotidianità, delle famiglie di pescatori e di artigiani che vivevano senza le eccezioni che rendevano così speciale la parte sud del torrente. La Torre della Gabella si trovava nel confine tra questi due mondi — o forse proprio sul confine, come spesso succede con le istituzioni che servono a regolare i passaggi. Era il posto dove la specialità di Maccagno Inferiore diventava visibile e misurabile: il posto dove il privilegio si trasformava in moneta sonante riscossa ai barcaioli in transito.

Chi arriva alla Torretta per la prima volta percepisce immediatamente qualcosa che è difficile da nominare ma facile da riconoscere: il senso di un posto che è sempre stato importante. Non importante nel senso di famoso o frequentato da celebrity — ma importante nel senso etimologico del termine, ovvero che porta dentro di sé qualcosa che conta, che ha contato, che continuerà a contare. I muri della torre sono stati importanti per i gabelieri medievali come punto di controllo. Sono stati importanti per i contrabbandieri come punto di riferimento notturno. Sono stati importanti per i Mandelli come sede del loro potere. Sono stati importanti per le generazioni successive come memoria di tutto questo. E sono importanti oggi per chi vi soggiorna — non come sfondo decorativo, ma come presenza concreta di una storia che non è finita, che continua in ogni ospite che apre la finestra e guarda il lago.